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“Gente Differente”: Micaela Zanni racconta la club culture italiana tra memoria, libertà e controcultura

di Tommy Totaro

Di giorno era un club. Di notte un laboratorio sociale. Prima ancora che la parola clubbing diventasse un’etichetta di marketing, c’è stata una generazione che ha trasformato la notte in un luogo di sperimentazione, inclusione e creatività. Una scena che non si limitava a seguire la musica, ma anticipava mode, linguaggi e cambiamenti culturali.

A raccontare quella stagione è Micaela Zanni, storica direttrice del Kinki Club di Bologna dal 1988 al 2018, con Gente Differente – La notte come mestiere, dalla controcultura alla cultura. Un libro che non è un’operazione nostalgia, ma un archivio vivente della club culture italiana, scritto da chi quella rivoluzione l’ha vissuta e contribuito a costruirla. Il volume è diviso in due parti. La prima è un saggio che ricostruisce la nascita della nightlife italiana dall’interno: l’evoluzione delle figure professionali, dal PR al direttore artistico fino ai selezionatori musicali, e la trasformazione di un movimento che ha cambiato il costume del Paese. La seconda è un memoir fatto di storie, incontri e notti che raccontano cosa significasse vivere un club quando era prima di tutto uno spazio di libertà.

Ma perché raccontare tutto questo oggi?

«Il motivo che mi ha spinta a scrivere questo libro è proprio quello di lasciare una traccia cronologica precisa, il significato che ha avuto il movimento ma, soprattutto, lasciare una memoria per chi non c’era», spiega Zanni. «Vengo spesso chiamata a fare talk da collettivi di giovani e la domanda che mi viene posta più spesso è: “Voi avete fatto gli sfracelli, noi come possiamo fare a vivere, almeno in parte, quello che avete vissuto voi?”».

È una domanda che racchiude il senso del libro: trasmettere alle nuove generazioni un patrimonio culturale che rischia di essere dimenticato. Eppure, per l’autrice, ciò che manca oggi non è soltanto un certo modo di vivere la notte.

“Noi facevamo politica nel senso della polis”

 

 Nel libro racconti una stagione irripetibile della club culture italiana. Se dovessi indicare un valore di quell’epoca che oggi manca di più alle nuove generazioni, quale sarebbe?

«Credo che oggi manchi soprattutto la politica, ma non quella partitica. Noi abbiamo vissuto una forma di politica molto più vicina alla polis greca: una partecipazione autentica alla vita della comunità. Nessuno ci diceva dall’alto come dovevamo essere o cosa dovevamo rappresentare. I valori nascevano naturalmente all’interno della scena: integrazione, libertà di essere sé stessi, libertà di esprimersi senza alcuna distinzione. Questa è stata la vera differenza rispetto a oggi. Abbiamo vissuto un periodo straordinario, probabilmente irripetibile, perfetto sotto molti punti di vista: sociale, economico e culturale. La notte era un luogo dove tutto si contaminava. In quegli anni è esplosa la moda italiana così come la conosciamo oggi: sono nati il fashion style, i fashion victim, gli stilisti emergenti. I club erano laboratori creativi in cui musica, arte, design e moda crescevano insieme. Oggi è difficile immaginare quanto fosse potente quell’energia.»

Parole che restituiscono l’immagine di una scena capace di influenzare non soltanto la musica elettronica, ma anche il design, la moda e il modo stesso di vivere gli spazi della notte.

“I social non permettono più il diritto di sbagliare”

L’altra grande riflessione riguarda il presente. Può ancora nascere una vera controcultura nell’epoca degli algoritmi?

Dopo aver vissuto trent’anni in prima linea nella notte italiana, pensi che oggi possa nascere una nuova forma di controcultura capace di lasciare lo stesso segno, oppure quel modello appartiene definitivamente a un’altra epoca?

«I tempi sono profondamente cambiati e questo rende difficile fare paragoni. Oggi mi colpisce quanto i social network dettino le regole del gioco. C’è molta meno disponibilità a sfidare gli stereotipi e ad attraversare il conflitto, mentre ogni errore viene amplificato e giudicato immediatamente.
Io ho gestito un club sul quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. Il Kinki è stato definito il locale dei gay, dei fighetti, dei comunisti, dei fascisti, dei travestiti. Ci hanno appiccicato qualsiasi etichetta, ma siamo sempre andati avanti. Quelle definizioni non ci hanno mai impedito di evolverci, perché non eravamo esposti come lo siamo oggi. Non vivevamo sotto il giudizio permanente dei social.

Oggi, invece, i social non concedono il diritto di sbagliare. E senza la possibilità di sbagliare diventa difficile la contaminazione, che è l’elemento fondamentale per la nascita di qualsiasi movimento culturale. È proprio attraverso gli errori, gli incontri e perfino le contraddizioni che una scena cresce e costruisce la propria identità.

Credo che anche oggi esistano energie nuove e forme di espressione interessanti, ma si sviluppano in contesti molto diversi e meno intimi rispetto a quelli del club. Una nuova controcultura potrebbe certamente nascere, ma solo se riuscisse a sottrarsi alle logiche della massa e dell’immediatezza. Oggi tutto diventa globale nel giro di poche ore: ciò che accade a Bologna viene conosciuto contemporaneamente a New York o in Papua Nuova Guinea. È sempre più difficile proteggere una nicchia, darle il tempo di maturare e di sviluppare un linguaggio proprio. E invece le nicchie hanno bisogno di tempo, perché è proprio lì che, storicamente, nascono le rivoluzioni culturali.»

La riflessione di Zanni va oltre il clubbing. È una lettura critica di un presente in cui la velocità dell’informazione rischia di impedire la nascita di movimenti realmente innovativi. Perché ogni rivoluzione culturale, prima di diventare fenomeno di massa, è stata una nicchia.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante di Gente Differente. Non raccontare soltanto ciò che è stato, ma ricordare che la club culture italiana non è nata da un algoritmo o da una strategia di comunicazione. È nata da persone che si sono incontrate, hanno sperimentato, sbagliato, cambiato idea e costruito comunità.

Una memoria preziosa, oggi più che mai, per chi quella stagione non l’ha vissuta ma continua a cercarne lo spirito.

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